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Nascita del Judo

 

         

 Jigoro Kano Il Fondatore, 1898

Lo chiamai "Judo Kodokan". Quello che insegno non é solo "Jutsu" ("arte" o "pratica"). Certamente é anche "Jutsu", ma é su "Do" ("via o "principio") che vorrei insistere particolarmente. [...] Io volevo dimostrare che quanto insegnavo non era una pratica pericolosa e che non poteva nuocere a nessuno, e che questo non era il Jujitsu che alcuni insegnavano, ma il Judo, una cosa totalmente differente.

Jigoro Kano, fondatore del Judo Kodokan, nacque nel 1860 nella città di Mikage, presso Kobe. In quegli anni crollava lo shogunato Tokugawa, finiva il sistema feudale, la nazione respingeva la cultura e le istituzioni tradizionali. L'ordinanza del 1871, che proibiva ai samurai di portare spade, segnò il rapido declino delle arti marziali e il Jujitsu non fece eccezione.

Jigoro Kano   si trasferì a Tokyo nel 1871 con la sua famiglia. D'intelligenza vivissima ma di gracile costituzione, doveva subire la prepotenza dei compagni, dai quali avrebbe voluto difendersi praticando il ju-jutsu.


Poichè la disciplina era screditata e ritenuta troppo violenta, Kano dovette rinunciarvi, dedicandosi specialmente alla ginnastica e al baseball per irrobustire il suo fisico. Nel 1877, entrato all'università di Tokyo, potè finalmente avvicinarsi al ju-jutsu, cui si applicò con passione, impegnandosi in duri allenamenti (sempre ricoperto di piaghe, era soprannominato "unguento"). I suoi primi maestri furono Hachinosuke Fukuda e Masatomo Iso, della Tenshin-Shin'yo-ryu, dai quali apprese in particolare il KATAME-WAZA (Il Katame-waza (tecniche di controllo) è un combattimento corpo a corpo che si svolge generalmente al suolo (Ne-waza) e comprende immobilizzazioni (Osae-waza), strangolamenti (Shime-waza) e leve articolari (Kwansetsu-waza))e l'ATEMI-WAZA (l'Ate-waza comprende le tecniche di attacco ai punti vitali del corpo), venendo in possesso dei DENSHO (libri segreti) della scuola dopo la loro morte.

Conobbe quindi Tsunetoshi Iikubo, esperto della Kito-ryu, da cui apprese il NAGE-WAZA (Il Nage-waza, consistente nel proiettare dalla posizione eretta l'avversario al suolo dopo averlo squilibrato, si suddivide a sua volta in Tachi-waza (tecniche di proiezione) e Sutemi-waza (tecniche di proiezione con sacrificio)). Mentre progrediva con sorprendente facilità, penetrando i segreti dei diversi stili, nel 1881 ottenne la laurea in lettere e cominciò ad insegnare al Gakushuin (Scuola dei Nobili).

Nel 1882 il giovane professore aprì una palestra di appena 12 tatami nel tempio di Eisho, radunandovi i primi 9 allievi: nasceva così il KODOKAN ("luogo per studiare la VIA"), dove il giovane professore elaborò una sintesi di varie scuole di ju-jutsu.
Il nuovo stile di lotta, non più soltanto un'arte di combattimento, ma destinato alla divulgazione quale forma educativa del corpo e dello spirito, venne chiamato JUDO ("VIA della flessibilità"): "come precisò Kano nel 1922, si fondeva sul miglior uso dell'energia (SEI RYOKU ZEN YO) allo scopo di perfezionare se stessi e contribuire alla prosperità del mondo intero (JI TA KYO EI)".

Nello stesso anno la Scuola dei Nobili diede vita ad un corso di Judo sotto la guida dei Professor Kano. Ben presto il Ministero dell'Istruzione cominciò a prendere in considerazione i meriti delle varie scuole di jujutsu con animo disposto ad inserirlo fra le materie di studio accanto alla educazione fisica. Kano fu inoltre incaricato di condurre uno studio sulle tecniche di insegnamento in uso negli altri paesi e quando tornò dall'estero nel 1891 era imminente la guerra Cino-Giapponese (1896). Questa minaccia sollecitò la diffusione dei judo nel paese, e ben presto più di 1500 studenti si trovarono ad apprendere il judo sui tatami del Kodokan di Tokyo e nei centri di Kanojiku, Kyoto e Nirayama. 

Nel 1895 Kano elaborò con i suoi allievi migliori il primo GO-KYO ("cinque principi") o metodo d'insegnamento; nel 1906 riunì a Kyoto i rappresentanti delle varie scuole per delineare i primi KATA ("modelli" delle tecniche di lotta); nel 1921 presentò il nuovo GO-KYO, tuttora invariato.

L'attività del Kodokan prendeva in tal modo la sua via verso l'espansione. Ben presto il judo divenne materia integrante di studio nelle scuole di tutto il paese, e dovunque in Giappone si tenevano gare di judo.

Tra il 1920 e il 1930 si svolgono delle gare nazionali che tuttavia diventeranno Campionato del Giappone solo nel 1930. Gli italiani sono i primi a conoscere il Judo: presentato nel 1905 ai Reali, nel 1921 grazie a Carlo Oletti viene strutturato il Gruppo Autonomo Lotta Giapponese, che organizzerà i Campionati Italiani da 1923 al 1925 con quattro categorie di peso. L'ingresso del Judo nella Federazione Atletica Pesante del CONI decreta la fine della prima organizzazione e le gare riprendono nel 1948 per richiesta della Polizia.

Nel 1934 fu costruito a Suidobashi (periferia di Tokyo) un moderno e grande edificio che presto divenne la "mecca" dei judoki di tutto il mondo. Sembrava che questo sport avesse raggiunto l'apice della diffusione. 

In Europa nel 1935 giungono Mikonosuke Kawaishi (in Francia) e Gunji Koizumi (in Inghilterra). L'uno proviene dal Bu-sen, l'altro da Kito-ryu Jiu-jitsu. Sono considerati i Padri del Judo Europeo, fino a oggi secondo solo al Giappone.

Nel 1938 il Giappone inviò il prof. Kano al Cairo perché rappresentasse la sua Nazione al 12° Convegno Generale del Comitato Olimpico Internazionale. La partecipazione ebbe grande successo e fu approvata la proposta di far svolgere i successivi Giochi Olimpici a Tokyo.

Kano morì, all’età di 79 anni, sul piroscafo Hikawa-Maru nel maggio 1938, mentre tornava in patria dopo aver presenziato al Congresso del CIO. Non assistette alla disfatta del suo paese, ma un paio di anni prima, quasi presagisse la tempesta, aveva lasciato una specie di testamento spirituale ai judokas di tutto il mondo:
"Il Judo non è soltanto uno sport. Io lo considero un principio di vita, un'arte e una scienza [...] Dovrebbe essere libero da qualsiasi influenza esteriore, politica, nazionalista, razziale, economica, od organizzata per altri interessi. Tutto ciò che lo riguarda non dovrebbe tendere che a un solo scopo: il bene dell'umanità".

 

Il Judo in Italia

 

Dalla fondazione del Kodokan ("luogo dove si studia la Via") nel 1892 il Judo si diffonde in ogni angolo del mondo. In poco più di un secolo milioni di persone conoscono ed apprezzano il "nuovo stile di lotta, che non è soltanto una micidiale arte di combattimento, ma una forma educativa del corpo e dello spirito" (Livio Toschi - a cui vanno attribuite, salvo indicazione contraria, tutte le citazioni virgolettate).

Circa settanta anni dopo la sua ideazione, il Judo viene accolto nel grande consesso olimpico (1964 a Tokio sperimentalmente e dal 1972 in via definitiva). E’ la consacrazione di una vera filosofia di vita, che esalta "la capacità di dominare le circostanze senza opporvisi, arrivando a sconfiggere un avversario cedendo apparentemente al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti per lo più circolari e rivolgere quindi contro di lui la sua stessa forza".

In Italia il Judo giunge per canali insoliti: i primi praticanti in assoluto della cosiddetta "lotta giapponese" sono i marinai del Marco Polo, e successivamente dell’Incrociatore Vesuvio, che nel 1906 prestano servizio nel Mar della Cina. Il primo italiano abilitato all’insegnamento del ju jitsu (poi Judo) è il timoniere Luigi Moscardelli; fra i suoi allievi si distingue il cannoniere scelto Carlo Oletti. Proprio a lui verrà affidata nel 1921 la cattedra di judo presso la Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica, da cui venne irradiata la cultura judoistica nel nostro Paese: si può affermare che non esiste Maestro italiano di judo che, alla lontana, non sia in definitiva discepolo di Oletti. E proprio ai Maestri, ed al lavoro da loro svolto nelle società, si deve la travolgente diffusione di questo sport, che riscuote successo non solo per l’indiscusso fascino dei principi filosofici ed orientali a cui si ispira, ma soprattutto per i suoi elevati contenuti educativi e formativi. Sull’argomento si espresse con estrema chiarezza lo stesso Jigoro Kano, constatando  con soddisfazione come parecchi dei suoi allievi occupassero posti di responsabilità in campo politico e nell’impegno sociale. "Il loro lavoro è gravoso – affermò nel suo articolo "Yuko-no-katsudo" del febbraio 1922 – ma sono certo che, grazie all’esercizio del Judo essi sono in grado di spingersi oltre laddove altri rinunciano perché sopraffatti dalla fatica fisica e mentale. Come pure nel lavoro dipendente, di fronte a un dovere urgente, chi è allenato col judo difficilmente rimanda all’indomani, perché con l’allenamento si acquista la forza di sopportare tutte le incombenze…limitandoci a queste banali riflessioni, comprendiamo quanto sia importante e utile l’apporto della nostra disciplina alla società". Per questo motivo, continua il Fondatore, bisogna ricordare soprattutto " che il Judo è una disciplina utile ed efficace tanto per l’educazione fisica quanto per l’addestramento morale e intellettuale. Ogni insegnante deve concepire l’addestramento sotto forma di educazione. Per quanto riguarda il fisico occorre uno studio accurato ed approfondito di materie basilari, come fisiologia, igiene e patologia, tenendo presente l’età, le caratteristiche fisiche ed il livello d’istruzione della persona per adattare la pratica al livello di apprendimento (…) egualmente nel campo intellettuale ogni occasione è buona per allenare la mente attraverso l’osservazione, l’immaginazione, il discernimento e la pratica quotidiana".

L’aspetto agonistico del Judo viene man mano evidenziato e stimolato dall’introduzione di varie competizioni nazionali ed internazionali.

Per quanto ci riguarda più da vicino va ricordato che i primi campionati italiani vengono disputati a Roma nel 1924; i primi campionati europei nel 1951 a Parigi (unico italiano in gara Elio Volpi) e la prima rassegna iridata nel 1956 a Tokio in unica categoria (la prima partecipazione italiana si ha nel 1961 a Parigi con Tempesta, Venturelli e Zanchetta).

Citando Nicola Tempesta si entra nella vera storia del nostro Judo agonistico. La carriera di questo grandissimo judoka napoletano purtroppo si sviluppa e tocca i vertici quando le Olimpiadi non esistono ed i Campionati Mondiali non hanno ancora assunto precisa fisionomia e cadenza regolare. E’ campione europeo nel 1957 e nel 1961; si aggiudica anche sei medaglie d’argento e cinque di bronzo fra individuali ed a squadre. Per cinque volte è tricolore delle cinture nere.

In campo olimpico l’Italia del Judo si colloca nel medagliere nel 1976. Ai Giochi di Montreal vince la medaglia di bronzo Felice Mariani: ha 22 anni, si presenta in Canada con il titolo europeo juniores conquistato nel 1974 e con il bronzo mondiale del 1975. Sono gli inizi di una folgorante carriera che lo vede tre volte campione d’Europa (con un argento) ed altre due volte sul podio mondiale. Tesserato per il Gruppo sportivo della Guardia di Finanza, non può partecipare ai Giochi Olimpici di Mosca del 1980 a causa del boicottaggio perdendo una grande occasione. Attualmente è direttore tecnico delle Fiamme Gialle ed Allenatore della Squadra nazionale.

In quelle stesse Olimpiadi comincia a brillare la stella di Ezio Gamba. E’ lui che porta la prima medaglia d’oro olimpica al nostro Judo; anche ai successivi Giochi di Los Angeles (1984) è assoluto protagonista conquistando una medaglia d’argento che, in definitiva, non compensa interamente il suo valore.

Nella successiva competizione Olimpica (Seul 1988) il Judo azzurro conquista la sua prima medaglia al femminile: in un torneo inizialmente dimostrativo, Alessandra Giungi è medaglia di bronzo. E le donne iniziano così una serie senza interruzioni: Emanuela Pierantozzi argento a Barcellona 1992 e bronzo a Sydney 2000 (vedere più avanti il suo personale ed eccezionale albo d’oro); Ylenia Scapin bronzo ad Atlanta 1996 ed a Sydney 2000; Lucia Morico bronzo ad Atene 2004.

Gli uomini non stanno a guardare: Girolamo Giovinazzo realizza un’accoppiata olimpica con un argento ad Atlanta ed un bronzo a Sydney, mentre Giuseppe Maddaloni nei Giochi del 2000 dona al Judo italiano la seconda medaglia d’oro. Il positivo momento del Judo italiano prosegue. Fra l’altro, la squadra maschile vince il titolo europeo nel 2001 mentre nel 2002 il team nazionale torna dai Campionati Europei di Maribor con sette medaglie tra cui il titolo di Cinzia Cavazzuti e l’argento di Lucia Morico. 

Lucia Morico è campionesssa continentale nel 2003 (con Pina Macrì medaglia d’argento e la coppia Scapin-Bianchessi medaglia di bronzo), imitata nel 2004 da Francesco Lepre. Sul podio degli ultimi campionati europei ancora Ylenia Scapin  e Roberto Meloni, argento nel 2005 e bronzo nel 2006, mentre ai Mondiali del 2005 al Cairo Francesco Bruyere vince un argento di altissima quotazione.

Il 2006 è l’anno del grande ritorno di Pino Maddaloni ai vertici assoluti, con la conquista a Tampere della medaglia d'argento.

 

Nel Judo le classi di età sono le seguenti: i cadetti hanno 15, 16 anni; gli juniores 17,18 e 19 anni; i seniores da 20 a 35 anni. Le categorie di peso sono, per i seniores maschi, chilogrammi 60; 66; 73; 81; 90; 100 ed oltre 100; per le femmine di chilogrammi 48; 52; 57; 63; 70; 78 ed oltre 78. Le stesse categorie di peso sono previste per le competizioni internazionali, nonché per i Giochi Olimpici: vengono perciò assegnate 14 medaglie d’oro 386 con la partecipazione massima di 386 atleti.

 

Elenchiamo di seguito i vincitori delle massime competizioni internazionali.

GIOCHI OLIMPICI – Ezio Gamba 1980; Giuseppe Maddaloni 2000

CAMPIONATI MONDIALI – Margherita De Cal 1980; Maria Teresa Motta 1984; Emanuela Pierantozzi 1989 e 1991; Alessandra Giungi 1991

 

CAMPIONATI EUROPEI – Nicola Tempesta 1957 e 1961; Laura Di Toma 1976 , 1980 e 1983; Felice Mariani 1978, 1979 e 1980; Margherita De Cal 1980 e 1981; Patrizia Montaguti 1980; Maria Teresa Motta 1983; Alessandra Giungi 1988 e 1995; Emanuela Pierantozzi 1989 e 1992; Girolamo Giovinazzo 1994; Giuseppe Maddaloni 1998 e 1999; Cinzia Cavazzuti 2002;  Lucia Morico 2003; Francesco Lepre 2004

GIOCHI DEL MEDITERRANEO – Giuseppe e Alfredo Vismara 1971; Mario Daminelli 1975; Felice Mariani 1979 e 1983; Ezio Gamba 1983 e 1987; Yuri Fazi 1983; Girolamo Giovinazzo 1991, 1993 e 1997; Massimo Sulli 1991; Emanuela Pierantozzi 1997; Dario Romano 1997; Michele Monti 1997; Luigi Guido 1997; Cinzia Cavazzuti 2001; Ylenia Scapin 2001; Lucia Morico 2001; Roberto Meloni 2001 e Denis Braidotti 2001; Ylenia Scapin 2005, Pino Maddaloni 2005.

 

Che cos'è il Judo

 

La parola Ju-jutsu era in uso già tre o quattrocento anni fa. Le arti militari di quei tempi assumevano il nome delle armi o degli oggetti che servivano al combattimento.
Il Ju-jutsu (che letteralmente vuol dire pratica della flessibilità) era appunto specificato dalla flessibilità secondo il motto "La flessibilità vince la brutalità".
Poiché il significato della parola "Ju", principio della flessibilità, è l'idea-base del Judo dei nostri tempi ("do" essendo il "mezzo") occorre studiarla per prima.
Il principio della flessibilità viene brevemente spiegato così:
di fronte a un avversario più forte si avrebbe facilmente la peggio, se alla sua superiore energia si opponesse resistenza. Invece di resistere, è meglio assecondare la sua stessa forza fino ad assorbirne lo slancio e a fargli perdere l'equilibrio una volta esaurita la sua spinta. Ecco un esempio:- Se un uomo forte mi spinge con tutta la sua energia, sarò battuto, se non farò altro che oppormi a lui, ma se, invece di resistere spingendo, io indietreggio più di quanto mi spinge, o se giro nella direzione della spinta, egli sarà proteso in avanti dal suo stesso slancio, e perderà l'equilibrio.
Se valendomi della forza della sua spinta, applico una particolare tecnica, sarà relativamente facile per me farlo cadere al momento in cui perde l'equilibrio. In alcuni casi poi, riuscirò persino a farlo cadere, girando abilmente il mio corpo -.
Il principio della flessibilità si basa quindi su questo concetto. È ovvio tuttavia che un principio generale non si può ricavare soltanto da quanto precede, ma da tutti gli aspetti e da tutte le fasi del Judo. In breve: adoperare corpo e spirito con un massimo di efficienza.
Ecco perché il prof. Jigoro Kano adottò questo principio e questa parola suscettibili di essere compresi da tutti gli uomini del mondo e, andando oltre, di spiegare una morale di mutuo aiuto e di bene per tutti:
il fine del Judo è Amicizia e Mutua Prosperità (Ji-ta-kyo-ei) ottenuta attraverso il Miglior Impiego dell'Energia (Sei-ryo-ku Zen'yo).
Il concetto della massima utilizzazione dell'energia mentale e fisica è molto importante, non solo nel Judo, ma anche in tutti gli atti della vita sociale.
Possiamo quindi concludere dicendo che il Judo è il mezzo che dà modo di raggiungere la massima efficienza fisica e spirituale. 

 

Scopi del Judo

Dal punto di vista dell'educazione fisica, il Judo si può paragonare ad altri sport di combattimento corpo a corpo. Tendono tutti allo stesso scopo, ma assumono forme diverse.
Il Judo non ha carattere mistico, né è particolarmente pericoloso o doloroso. È uno sport che può procurare gioia e benessere fisico a tutti.
I grandi vantaggi del Judo risiedono nella possibilità di esercitarlo ovunque, durante tutto l'anno, senza bisogno di essere in molti, ed in modo semplicissimo. Può essere praticato non solo come sport, ma anche come cultura fisica, apprendendo nello stesso tempo l'utile arte dell'autodifesa.
Nelle buone scuole, il Judo non viene insegnato solamente per puri scopi difensivi, ma come un piacevole esercizio sportivo che arreca al corpo benefici salutari, non tenendo conto del peso, dell'altezza e della forza, benché questi elementi non siano da disprezzare, e può essere quindi vantaggiosamente praticato da donne, ragazzi e uomini di qualunque età.
 

Sport (Sviluppo fisico)

Nel Judo ogni atto ha un senso ed uno scopo ben definiti. L'azione è multipla. Le varie parti del corpo vengono usate in tutti i modi possibili, in tutte le direzioni, verso l'alto o verso terra, a sinistra e a destra. Ogni movimento è sfruttato. Perciò, allenandosi al Judo, i muscoli e le ossa diventano più resistenti e gli organi interni si rafforzano. Praticandolo, si ottiene quindi facilmente un corpo vigoroso ed armonico.
Poiché un incontro di Judo si risolve, in altri termini, in un gioco di tattica e di tecnica, i contendenti dovranno essere sempre pronti a reagire il più efficacemente possibile, in ogni momento, ai colpi dei loro avversari.
Essi dovranno quindi cercare di valersi di una rapidità di riflessi e di una scioltezza di movimenti completa onde essere in grado di far fronte ad ogni più inaspettata evenienza.

Nella pratica del Judo si distinguono due momenti fondamentali : il Kata ed il Randori.
Il Kata ("forma") consiste nell'esecuzione perfetta e coordinata da parte di Tori ed Uke di una serie di esercizi eseguiti secondo un ordine prestabilito. Nel Kata sono comprese tecniche di proiezione, di lotta corpo a corpo e di attacco ai punti vitali, anche con uso di armi.
Il Randori ("esercizio libero") è un vero e proprio combattimento libero, non preordinato, comprendente sia tecniche di Nage-waza che di Katame-waza, ma non tecniche di Ate-waza. Non essendo previsti nè un punteggio, nè la presenza di un arbitro, nel Randori, a differenza di quanto avviene nel combattimento in competizione, non si ha nè un vincitore, nè un vinto.

 

Arte (Sviluppo mentale)

Un sufficiente allenamento al Judo procura altresì, in chi lo pratica, uno spirito nobile e raffinato. Il primo risultato che ne deriva è la "morale fondamentale" e, più precisamente, uno stato d'animo elevato che dà modo di affrontare di propria iniziativa, qualsiasi difficoltà: uno spirito, quindi, che definiremo "dinamico".
Inoltre, siccome il Judo s'impernia su tecniche che richiedono l'esercizio del complesso fisico-spirito, ciò svilupperà una forza di volontà notevole, atta a dominare se stessi e a controllare altresì l'avversario. Un cuore forte e risoluto, un carattere tenace e ben controllato, un giudizio rapido ed esatto e delle facoltà di riflessione e di prudenza, saranno così man mano raggiunti e perfezionati dalla pratica costante del Judo.
Oltre a ciò, gli stessi movimenti espressi dal Judo consentiranno di acquistare un notevole senso estetico, mentre l'osservanza dei continui gesti e delle esitazioni per accedere alla verità, coltiveranno un carattere nobile e modesto.
L'essenza stessa di questo sport e delle sue competizioni rende gli allievi appassionati e seri.
Nella pratica del Judo viene tenuto in gran conto lo "spirito di bellezza". Combattere regolarmente e sportivamente, obbedire senza discussioni alle decisioni dell'arbitro, annettere maggiore importanza al "mezzo" che al risultato, queste sono le regole. Da queste disposizioni, lo spirito illuminato dello sportivo esce naturalmente rafforzato.
Ma la più convincente espressione artistica del Judo è condensata nelle sue "Forme" o Kata, veri "modelli" di tecnica. La perfetta conoscenza ed esecuzione di esse dà al Judo qualcosa di più dello sport puro, facendolo diventare vera e propria arte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evoluzione Storica della Lotta in Giappone

Epoche

Datazione

Riferimento Storico

Chikara-kurabe-no-jidai:
epoca delle Prove di forza

fino al 710

epoche Yamato (200 - 552 d.C.) e Asuka (552-710 d.C.)

Sumai-no-jidai
epoca del Sumo

710 - 1186

epoche Nara (710-794) e Heian (794-1186)

Yoroi-Kumyuchi-no-jidai
epoca del corpo-a-corpo con l'armatura

1186 - 1615

epoche Kamakura (1186-1338), Muromachi o Ashikaga (1338-1568), Monoyama (1568-1615)

Jiu-jitsu-no-jidai

1615-1867

Epoca Tokugawa (1615-1867)

Judo-no-jidai

dal 1868 ad oggi

epoche Meiji e successive

 

In tutti i paesi del mondo troviamo metodi di lotta che traggono origine nei tempi antichi per la affermazione del più forte sul più debole, non sempre accoppiata al naturale senso di giustizia. Lo stesso avvenne il Giappone. In questo paese esistevano metodi di lotta semplici e senza armi che si svilupparono in due vie distinte: il Jiu-jitsu e il Sumo. Il primo ci interessa particolarmente perché è da esso che deriva il nome di Judo.

Il Jiu-jitsu era l'arte fisica di proiettare, colpire, che, praticata in special modo dai guerrieri Samurai, tendeva alla eliminazione dell'avversario mediante l'applicazione a fondo delle tecniche a disposizione. Molte erano le scuola e diversi i metodi,  i cui segreti erano tramandati  a pochi allievi dai vecchi Maestri.

 
26 giugno 2010Aggiornato il: 

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